Un viaggio millenario nella storia di Lio Piccolo, le sue persone, le loro storie e i legami con gli altri territori della laguna veneziana. E con la stessa Venezia. A vederlo oggi, il minuscolo borgo di Lio Piccolo sembrerebbe non aver nulla da raccontare se non ammaliare ogni persona che vi approda con la sua unicità paesaggistica e l’incredibile senso di serenità che ne pervade il territorio. Eppure è un testimone vivente di ciò che oggi definiremo “resiliente”, ricco di antichi insediamenti e territorio di una passata fervente attività, grazie all’industria delle saline, all’agricoltura e all’allevamento del pesce nelle valli da pesca. Un vivo legame con l’acqua della laguna veneziana, dunque, che ne è anche collegamento con il resto del territorio lagunare e con Venezia stessa. Storia, aneddoti, persone e destini si intrecciano in questo viaggio storico di una autentica gemma, scritto con rigore accademico ma scorrevole nella lettura, corredato da un ricco apparato di note con ulteriori approfondimenti, splendide immagini a colori, mappe e documenti storici, nonché la ricostruzione simulata di una delle case esistenti, basata su documenti d’epoca. Un viaggio nel tempo. Un racconto di vite vissute. Un testo di riferimento.
PIERO SANTOSTEFANO, nato sulla sponda piemontese del Lago Maggiore, si è trasferito a Cavallino-Treporti nel 1984. Con il volumetto Le porte del Cavallino al tempo della Serenissima (1994) inizia a dedicarsi alla storia locale per poi proseguire con la pubblicazione di numerose monografie su aspetti religiosi, sociali, economici e storico-testimoniali di quel territorio sospeso tra mare e Laguna di Venezia. Tra gli ultimi lavori, nel 2016 il saggio breve Venise à l’horizon, nell’antologia Venise per i tipi dell’editore parigino Robert Laffont, e il racconto della nascita e dei primi sviluppi del turismo open air sul litorale del Cavallino dal titolo Dai parchi di campeggio ai camping a cinque stelle (2016). Insieme a SANDRA MARTIN ha curato Un telegrafista alla Batteria Radaelli 1915-1916. Pagine dal diario di Ercole Vari tra Cavallino, Cavazuccherina e Venezia (2017). Lio Piccolo nell’Ottocento. Archivi, famiglie, territorio nella Laguna Nord di Venezia (2018) è seguito nel medesimo anno da Treporti e le sue osterie, 1632-1977. Con note storiche sulle famiglie Zanella, Mavaracchio e sull'ingegner Antonio Spandri. Sempre nel 2018 cura il volume Canale Pordelio, uno story telling interdisciplinare del più importante corso d’acqua di Cavallino-Treporti. Nel 2019 con NERIO DE BORTOLI dà alle stampe Punta Sabbioni. Un piazzale? Un terminal? Nessuno dei due. Tra passato e futuro di un controverso terminal affacciato sulla Laguna di Venezia. Le pubblicazioni più recenti (2021) riguardano alcuni aspetti della Prima guerra mondiale: La costruzione della Batteria Amalfi. 1915-17. Gli album fotografici, con FURIO LAZZARINI, e La grande guerra a Cavallino-Treporti. 100 immagini. Nel 2022 pubblica un’edizione completamente rinnovata de Le porte del Cavallino, e Villa Giustinian-Molon Traverso. Una dimora veneziana tra i vigneti di Campo di Pietra. Nel 2023 ha curato I cannoni da 381/40 della Batteria Amalfi. Disegni, schede tecniche, documenti, e pubblicato con CARLO TREVISAN, La Chiesa di San Francesco d’Assisi di Ca’ Savio. Il restauro del cippo dedicato al Beato Papa Albino Luciani (1984-2023). Con note sulla storia della Parrocchia nel corso della seconda metà del Novecento. Nel 2024 è la volta della seconda edizione dell’agile volumetto Lio Piccolo e Mesole. Vita nei piccoli borghi della Laguna Nord di Venezia, anche nella traduzione in lingua inglese e tedesca.
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Prefazione
Secondo un calcolo paleontologico effettuato alcuni anni fa, negli ultimi duecentomila anni - da quando suppergiù compare nella storia la varietà Sapiens della specie Homo - la terra è stata abitata da 117 miliardi di individui, in transito per pochi anni come per un secolo; a volte legando le proprie vicende a fatti conosciuti, ma nella maggior parte dei casi senza lasciare traccia di sé: non un nome, un gesto, un pezzo d'osso da conservare in un museo.
Tutti noi - indistintamente - proveniamo biologicamente da quell'area africana che oggi è occupata da Eritrea, Kenya e Tanzania; ma con l'andare dei millenni, e poi dei secoli, Alcuni individui hanno governato regni, mentre altri sono finiti per farsi assassinare anonimamente in un agguato di briganti ai margini di qualche torbiera nebbiosa. Alcuni altri hanno fatto i briganti assassini, naturalmente.
Tutti, però, proveniamo dallo stesso tempo e - addirittura - dallo stesso luogo. Dunque, cos'è che fa la differenza? La narrazione, naturalmente. Saltiamo a piè pari questioni legate al perché - culturalmente - alcuni individui dovrebbero vantare una ascendenza che abbia più valore di altre, e ne esca nobilitata: è più affare per antropologi e sociologi.
Qui, interessa soprattutto rilevare che laddove esiste una narrazione si "esiste". La domanda "Chi fa la storia?" prevede una molteplicità di risposte, che sono - in ultima analisi - ancora culturali. Perché a tutti gli effetti, a fare la storia - nel senso di viverla - sono, indistintamente, tutti gli individui che l'hanno vissuta; e hanno percorso, per un segmento di tempo e per circostanze più o meno significative, gli ultimi duecentomila anni che ci separano dall'origine. Ma hanno lasciato il loro contributo nei luoghi che hanno abitato, nel lavoro che hanno svolto, nelle testimonianze che sono riusciti a lasciare, di sé o degli altri. Nella loro presenza.
Gli ultimi non hanno avuto, e tutt'oggi non hanno, semplicemente voce. E dunque, agli occhi della storia delle grandi battaglie o dei disegni politici strategici tra imperi, non esistono. Però costruiscono le loro case, fanno nascere e accudiscono i loro figli; si occupano del bestiame altrui e in silenzio - oppure a volte litigando - si fanno strada nella vita, che sommata alle altre vite si fa storia.
Ben venga, allora, quest'opera sul Lio Piccolo; che ci racconta la morfologia dei luoghi e il loro divenire, ma soprattutto diventa un racconto di persone, che quei luoghi hanno calcato diversi secoli prima di noi, spesso senza sapere nulla gli uni degli altri, ma che hanno finito per diventare una somma di nomi e avvenimenti, raccolti in maniera preziosa in questo volume. Una somma di storie.
Ecco dunque Mattio Bergamin, che si fa uccidere con una coltellata alla gola per aver piantato un palo nel bel mezzo di una cavana; o Francesco Zonelli, che lascia che le sue vacche pascolino tra le vigne appartenenti al monastero delle suore di Santa Maria degli Angeli di Murano (per non parlare dei fratelli Andrea e Domenico Manolli che se ne portano a casa una a titolo di risarcimento per i danni subiti).
Certo, noi dai documenti sappiamo quanti mattoni sono stati scaricati per costruire una casa, nel 1512; quanto sono costati e da dove arrivavano. Conosciamo carpentieri, muratori, contadini, nobili e vignaioli. In qualche caso sappiamo da dove arrivavano, in questo eterno movimento dell'umano che si sposta dove può trovare condizioni di vita migliori. Non sappiamo bene quanto abbiano vissuto, né dove siano andati a finire, in qualche altro caso.
Raramente ci arriva la loro voce. Ma quando ciò accade, è una grande emozione. Perché non sono più figure indistinte sullo sfondo della Storia. Contribuiscono, col loro esserci, a farla. Loro sono la storia. Ed è bello che venga raccontata.
Antefatti
Ed è con il nome di «Littore albo» che nel 1027 (o 1032) il luogo appare, godendo di “vita propria” per la prima volta al di fuori dei citati elenchi di località venete, in un documento ufficiale redatto per attribuire la proprietà di vasti terreni compresi tra Laguna e Porto di Piave contesi tra il doge e il vescovo locale, «Petrus Centranicus dux insimul cum Leone equilensi episcopo». Per arrivare a giudizio vengono convocati alcuni testi di provata esperienza con approfondita conoscenza del territorio, e tra questi, appunto, «omnes veteres homines de littore Albo».
Antroponimi
Bartolomeo Cecchetti nel suo notissimo saggio La vita dei veneziani fino al secolo XIII, pubblicato nel 1871, in un elenco di rivi indica al Lido Bianco quelli denominati Cittadino e Torundola.
1152
La sentenza n. 21 del Codice del Piovego elenca testimoni di tre diverse famiglie residenti in Isola: «Dominicus Lugnano et Antolinus Michael et Natalis Pestis et Dominicus Bugaro et Dominicus Lugnano filius itemque Dominici Lugnano».
1177
A questo nucleo di abitanti dell’Isola apparteneva «Vivianus da Cendone habitator in Litore Albo» che lavorava la terra di SS. Felice e Fortunato di Ammiana.
1193, 10 febbraio
«Andrea Pistello de Litore Albo nunc habitator in Litore Maiore» confessa di aver ricevuto da Daniele Aymo, pure lui di Litore Albo, una certa somma di denaro in prestito con pegno di terra e casa.
1198, dicembre
«Altifredus et Gerardus ambo de Litore Albo» lavorano terreni del monastero di SS. Felice e Fortunato di Ammiana.
La Sparesera
per lunghi secoli al tempo della Serenissima la località Sparasera rimase in proprietà del monastero benedettino femminile di S. Maria degli angeli di Murano.
Se la “fidelizzazione” dei fittavoli sul medesimo podere può essere assunta a duplice indicatore di redditività dello stesso e di buoni rapporti con la proprietà, ebbene, questo non è il nostro caso.
Nel giro di una decade si succedono quattro conduttori, di cui conosciamo non solo i nomi, ma anche gli aspetti più significativi dei contratti che li legavano alle monache.
Matteo di Giacomo Fasan era migrato da Mogliano accordandosi nel 1493 per la durata di tre anni e impegnandosi a versare 10 ducati d’oro il giorno di s. Michele (29 settembre), assumendosi anche l’onere di regalie e la consuetudinaria manutenzione della proprietà: «debba dar meloni 15, angurie 15 alla vesilia de san Lorenzo, et zucche 15 ai so tempi, et cucumari cento annuatim, […] sia obligato a tegnir in contio, et colmo la casa, et la tesa».
Vale la pena di citare anche le modalità di come materialmente si concluse l’affare, menzionando l’autore dell’atto scrittorio, il sacerdote veronese Domenico Montasuto confessore delle benedettine, che si incontrò con Fasan «nella fenestra esteriore del detto monastero, et davanti la fenestra con la tella descesa davanti».
Valle Liona
Anche la Valle Liona, come la località Sparesera per S. Maria degli angeli di Murano, per lughi secoli appartenne, seppure non stabilmente arginata, a un monastero benedettino femminile, quello di S. Caterina di Mazzorbo. E l’episodio che segue, a ragione, può riferirsi a questa valle da pesca.
Alvise di Marco Cechini di Mazzorbo mentre si dirigeva a pescare a Lio Piccolo il 2 luglio 1502 si imbatté in un cadavere «super barenis et velma». Si recò, come di dovere, in cancelleria a Torcello per comunicare il ritrovamento e dar corso alla procedura per il sopralluogo delle autorità competenti che avrebbero dovuto identificare il cadavere e accertare le modalità del decesso. Si ipotizzò che l’età si aggirasse attorno i 25 anni, e si mise a verbale che indossava una «camisa nova, uno zacheto rassum grossun cum calige de tella ad bragetam». Forse l’annegato era stato trovato proprio su una barena di proprietà delle monache di S. Caterina di Mazzorbo. Questo, tuttavia, la ricognizione eseguita dal cancelliere podestarile, il presbitero prè Pietro di Pago, non lo precisa.
Il centro del Borgo
Nel 1542 la famiglia Celsi soprannominata della Zecca si accordano anche con l’arciprete di S. Maria assunta di Torcello, «don Giovanni dottore Scarpa archidiacono di Torcello, e pievano della chiesa di San Salvatore di Lio Piccolo» - ovviamente siamo in presenza di un titolo di una chiesa non più esistente – mediante «livello perpetuo da rinovarsi in capo di 29 anni, pagando per cadauna rinovazione una candella di cera bianca d'una libbra».
Si trattava in realtà – fatta salva la formula generica «tutti gli altri beni stabili di qualunque genere, come terre, case, laghi, peschiere, pescagioni alla detta chiesa spettanti» - di una vigna «chiamata Tombelle posta, e giacente nel luogo sudetto di Lio Piccolo».
«Tombelle» non è che un diminutivo di tumba, e per la sua spiegazione ricorriamo alla monumentale operaa Ecclesiae Torcellanae : «tumba intelligitur area eminentioris situs in paludibus posita». Più che comprensibile che su quel leggero saliente corrispondente all’incirca alla piazzetta del Borgo si fossero appuntanti nei secoli precedenti gli interessi dei primi coloni.
La borghesia veneziana investe a Lio Piccolo
La badessa del monastero benedettino di S. Antonio di Torcello, suor Lucietta Manolesso, forse non rimuginò troppo a lungo la decisione di locare nel 1688 al mercante veneziano, ma di origini buranelle, Francesco di Giovanni Zonelli, «un pocho di terreno al presente barena» a Lio Piccolo. Nell’assumere le dovute garanzie avrà valutato che Zonelli non era alla sua prima affittanza. Lo testimonia un contratto da lui sottoscritto per condurre un podere a Casale sul Sile di proprietà di Andrea di Giacomo d’Andrea appartenente a una famiglia che già da circa mezzo secolo deteneva vaste proprietà nell’isola di Saccagnana. Aveva inoltre rilevato il contratto d’affitto di «campi n° 18 circa con casa dominical compreso anco il Monticello in villa di Teolo» da Antonio Coana, biavarol in campo S. Luca.
Chissà se la Manolesso si era consultata con Nicolò Contarini, appartenente alla famiglia che sovrintendeva alla benefica opera dell’ospedale S. Giovanni B. di Murano, visto che l’anno precedente i beni dell’ente a Lio Piccolo – grosso modo localizzati attorno alla casa dei Ballarin Rabiati - erano stati proprio affidati a Zonelli.
Residente nel sestier di S. Marco in calle dello Spiron, i suoi commerci lo portavano anche lontano dalla Laguna. A pochi mesi infatti dalla sottoscrizione dell’accordo con le benedettine lo troviamo di ritorno da Bologna, dove forse lo aveva condotto l’esercizio della mercatura di saponi per una Compagnia costituita nel 1683.
Un matrimonio e una dote nel 1937: Paolina Enzo
Proponiamo qui la trascrizione dell’elenco di mobili, vestiti e “ori” che costituivano il corredo di Paulina Visentin, residente alla Sparesera, promessa sposa nel 1751 a Pietro Goatin:
Due stramazzi, un cavazal e due camisini di lana
Una coltra imbotita, una cassa di noghera
Lencioli diversi para 3, camise da donna
n° 8. Un boccarin. Entimele con merlo n° due.
Traverse di più sorte n° 5.
Fazzoletti diversi n° 6. Un faciol con merlo.
Una cottola di pano rosso veladi.
Una detta di saglia (= sagia) canela, una d.ta di saglia turchina.
Una detta di bombaso rigato verde.
Una detta de [illeggibile] rigata. Una detta d’indiana
a fiori. Una cottola di gropelo turchin.
Un cottolo di damasco latesin a fiori.
Una vesta negra di scotto. Una vestina di pano turchin vecchi […].
Una vestina di pano beretin, una detta
di siniglia sguarda a fiori.
Una vestina caliman rigato. Un corpeto e sotto maniche
di capiciola latada rigata.
Un corpeto di seda verde a fiori.
Un corpeto di fanella.
Una cottola di pelle. Un paro di sotto maniche di
pano maroni. Un cussin e n° 3 petorine.
Calze diverse para n° 3. Scarpe para 2
et una manizza e due capelli.
Un paro di manini d’oro, un cordon
d’oro. Un paro di naviselle d’oro.
Un paro di rechini. Una piagietta. Un paro di fiube.
Una spadina et un agho da testa fatto d’argento.
I Boldù
Nello studiolo di Rialto, dove i notai attendevano ai propri uffici, si ritrovarono mercoledì 17 giugno 1777 gli eredi di Giovanni Domenico Cottini, venditori, e Carlo Boldù acquirente.
La sottoscrizione dell’istromento era stata preceduta da una valutazione dei beni che sarebbero passati di mano redatta da due pubblici periti scelti, ipotesi non peregrina, per aver stilato alcune perizie, seppur in contesti diversi, proprio a Lio Piccolo per conto del monastero di S. Caterina di Mazzorbo, e cioè Giulio Zuliani e Stefano Foin .
I tecnici eletti dalle parti in causa presentarono la loro relazione firmata il 14 giugno, precisando che avevano anche realizzato un disegno dei luoghi sulla scorta di due precedenti misurazioni, la prima del perito Lorenzo Boschetti, del 12 agosto 1721, e la seconda di Giorgio Fossati del 28 novembre 1749.
La perizia, nella propria sezione introduttiva, dava una visione generale dei beni: «parte sono terre ritrate da nuovo. Parte consistono in terre alte, barene, e paludi con aque in specchi, canali, ghebbi, che facilmente si potranno ridurre ad uso di valle chiusa da grisiole da pesca, e da caccia», e passando poi al dettaglio dell’esistente «tre fabriche da lavorador una delle quali serve anche per abitatione dominicale da patron con sua chiesiola, e tutte hanno i loro convenienti comodi, vi sono cinque chiaviche di muro, le quali servono per scolare le vigne medeme, et anco per ricevere le montade del pesce, fossi, luoghi e peschiere salse».
Carlo Boldù era così diventato il nuovo proprietario della località, e sarebbe stato proprio lui con una serie di lavori edilizi a configurare – in buona parte – l’aspetto odierno di Lio Piccolo.
Chiese, oratori, cappellani, pievani
Il costituirsi, poco discosto da Lio Piccolo verso ovest, attorno all’isola dei SS. Felice e Fortunato di Ammiana di un vasto impianto per la produzione di sale – la cosiddetta Salina di S. Felice in produzione dal 1844 al 1907 - con la nascita di una piccola comunità di residenti destò nel patriarca Jacopo Monico un interessamento pastorale. Innanzitutto predisponendo un questionario inviato all’arciprete di Torcello che nel marzo 1847 rispondeva in modo circostanziato alla missiva dell’ordinario. Alcune domande e risposte meritano di essere trascritte integralmente in quanto unica fonte sulla vita quotidiana nell’opificio.
«Se i luoghi, ove le saline sono attivate, seino abitati, e coltivati o paludosi, e deserti.
I luoghi, in cui sono ora attivate le saline non erano per lo passato che puri specchi di acqua paludosi: ora sonvi costruite alcune case di tavola, che servono di ricovero ai lavorattori nella buona stagione, e per abitazione a pochi salinari, ed agli impiegati a quell’Amministrazione.
Se la loro influenza sulla salute, e moralità pubblica sia utile, o indifferente, o nociva.
La riduzione di quelle paludi in saline non può che apportare buoni effetti relativamente alla pubblica salute, ed anche moralità.
Se ragionevolmente si possa presagire un progressivo miglioramento.
Da tutte le cose su sovraesposte, non può non essere presagibile un miglioramento in punto economico, e d’industria agli abitanti dei luoghi vicini.»
La cura delle anime toccava alla parrocchia di Torcello, e il cappellano che vi si recava per le celebrazioni, ritraeva ben poco «riconoscimento, attese le occupazioni imposte a quegli operai». In seguito fu la volta di un francescano, che cercava sempre di razionalizzare i suoi spostamenti. Si legge infatti: «quando ricorrono due o tre feste consecutive [...] in tale circostanza il r. padre del Deserto non torna, come di metodo, al suo convento, subito dopo celebrata la Messa, ma si ferma nell’Isola, sino all’ultima festa».
È da segnalare che proprio nell’isola della Salina veniva battezzato Carlo Maria Zinato (1890-1974) figlio di Amadio, uno dei dipendenti stabili dell’azienda. Carlo Maria entrò in seminario e svolse il suo ministero prevalentemente nella diocesi di Venezia, per poi servire come vescovo di Vicenza dal 1943 al 1971.
Scuole, maestri, scolari 1868-1976
A proposito della scuola dell’infanzia, nel frattempo sul lato ovest della piazza i Padri armeni avevano realizzato un edificio a sé stante destinato a scuola materna. Per la nuova gestione dell’asilo il Consiglio comunale approvava a fine dicembre 1956 un contributo di 500 mila lire.
Ma lo sviluppo demografico del Borgo richiedeva l’individuazione di nuovi spazi per le scuole elementari, e temporaneamente il Comune si serviva del piano superiore della scuola materna versando nell’ottobre 1965 una quota forfetaria alla proprietà.
La realizzazione ex novo della scuola elementare prefabbricata si dovette a un piano nazionale di intervento straordinario che per il territorio comunale veneziano prevedeva la costruzione di 248 aule di cui cinque moduli a Lio Piccolo che furono montati dalla ditta IPI. Per l’accesso al nuovo edificio serviva un ponticello la cui esecuzione venne assegnata alla ditta Fratelli Rigutto alla fine del 1963.
Di pari passo si procedeva alla preparazione dell’area attrezzata a ricevere il prefabbricato, inclusa la terebrazione di un pozzo a uso esclusivo della scuola deliberato dalla Giunta municipale tra settembre e ottobre 1965. Finalmente aperta nell’ottobre 1967, chiudeva però i battenti nel giugno 1976, esattamente dieci anni dopo l’aggregazione della parrocchia di S. Maria ad nives a quella di Treporti.
Era la fine di un’epoca!